Archivi

Ironia fiorentina

Si sa che i fiorentini hanno sempre la battuta pronta, e che sui bandoni dei negozi ogni tanto “fioriscono” cartelli a dir poco esilaranti, tipo quello che fu affisso dopo l’alluvione del ’66 che diceva “Chiuso per nervoso”.

L’altra settimana, dopo l’ordinanza del sindaco Matteo Renzi che dava la facoltà agli esercenti di stare aperti il primo maggio con orario a scelta entro la fascia oraria  7 - 23, ecco cosa è comparso sulla vetrina di un negozio della centralissima Via Porta Rossa… :-D

 

* Foto dal Web (Facebook)

 

“Caro” capitano…

“Caro” capitano,

ma le ha insegnato la mamma che il vero valore delle persone si vede da come si affrontano le proprie responsabilità?
E sa che le bugie hanno le gambe corte? Beh, dirà Lei, almeno loro non si bagnano i calzini…

Si sono bagnate ben più dei calzini, caro capitano, le undici persone che sono state estratte morte dalla sua nave, e quelle che ancora sono là dentro. Là dentro per colpa Sua, capitano, perché dare le giuste proporzioni al problema che si era verificato significava già ammettere di aver fatto una stronzata. No, meglio dire che si trattava di un guasto elettrico, così poi si rimedia e nessuno si accorge di nulla.
Già nessuno si accorge di nulla… e nel frattempo che la nave imbarca acqua andiamo vicino agli scogli, tanto per non affondare in acque profonde, così la gente si salva…questa è stata l’unica manovra decente di tutta quella nottata, ma non basta a cancellare il resto. La gente si sarebbe salvata davvero tutta, se lei avesse fatto le cose come dovrebbe fare una persona responsabile. Lei sa cosa significa quella parola, vero? Lei era responsabile della vita di oltre 4000 persone, ma ha deciso di  passare così vicino alla costa da poterla quasi toccare,  salutare gli abitanti a terra, accendere tutte le luci, fare il fischio di saluto, fare “l’inchino”. Beh, l’inchino Le è riuscito bene davvero, capitano, solo che la Sua nave non si è potuta più rialzare. Se questa è stata una Sua idea o se la compagnia l’ha autorizzata, questo lo vedremo. Ma la cosa ancora più grave (se non fosse già grave avere affondato una nave) è stato quello cha ha fatto dopo. Perché la Concordia ci ha messo quasi due ore per adagiarsi sul fianco come un animale morente. Se se in quelle quasi due ore di attesa Lei fosse rimasto, se Lei avesse dato il giusto peso al problema, se  avesse lanciato il Mayday al momento giusto, se non avesse mentito alla Guardia Costiera, se avesse coordinato e velocizzato le operazioni di abbandono nave prima che questa fosse così inclinata, tutti potevano salvarsi lo stesso.  Se avesse fatto sparare dei bengala per illuminare il buio, avrebbero visto quanto vicini erano gli scogli, che si poteva quasi raggiungerli a nuoto. Se invece di rimandare la gente in cabina in attesa di istruzioni l’ avesse fatta preparare, nessuno sarebbe rimasto là sotto.
No, no, meglio lasciare la nave e i passeggeri al loro destino, meglio coordinare le operazioni da una sicura scialuppa, meglio, molto meglio.

Per affrontare le conseguenze dei proprio errori  ci vogliono carattere, onestà verso gli altri ma anche verso se stessi, coraggio, ma soprattutto responsabilità e coscienza. Quello che tutti si sarebbero aspettati da Lei. Ma Lei ce l’ha, comandante? O anche quelle le sono “cadute” mentre Lei e i suoi ufficiali siete “scivolati” sulla scialuppa?

Ho sentito dire a volte che quando una persona è accusata da tutti, viene voglia quasi di difenderla. Beh, a me no di sicuro. Quando uno oltre che incosciente è anche vigliacco, quando oltre che colpevole è anche bugiardo, mi dispiace ma non lo assolvo. E nemmeno dovrebbe assolverLa  la giustizia, Capitano, dovrebbe farLa stare in galera anziché agli arresti domiciliari  casa Sua.
E soprattutto non dovrebbe assolverLa la Sua coscienza, se gliene è rimasta un po’.
A meno che anche quella non sia volata fuoribordo.

Le lacrime del ministro

Durante la conferenza stampa per illustrare la riforma pensionistica, il ministro del Welfare Elsa Fornero non è riuscita a pronunciare la parola “sacrificio”; si è interrotta a metà della frase cercando (invano) di trattenere le lacrime.
Sapete che non parlo mai  di politica, e non lo faccio neanche oggi, ma vorrei dire la mia sull’aspetto umano della cosa.
Ho sentito persone indignate, scandalizzate da questo fatto. Ma come, con i soldi che prendono, come si permette di piangere chiedendo sacrifici a noi? Ma una donna con una così alta carica, ma che figura ci fa l’Italia nei confronti degli altri Paesi? Sì, ma dài, sono lacrime finte, tanto per addolcire la pillola.
Può darsi, ma a me, a pelle, è sembrata sincera. Io non sono per niente scandalizzata, anzi. Avere un ministro che si commuove pensando a cosa ci stanno chiedendo mi sembra un’ottima cosa. Se poi sia stato lo stress o l’argomento che si stava trattando non è dato sapere. Ma mi piace pensare che sia la seconda di queste opzioni. Che almeno quando ci mettono le mani in tasca non lo facciano tanto a cuor leggero.

Ci hanno abituato ad avere ministri e politicanti  (dal dizionario Sabatini Coletti: politicante [po-li-ti-càn-te] s.m. e f. • Con valore spreg., chi si occupa di politica pur avendo scarse capacità e attitudini, esclusivamente per trarne vantaggi personali) con almeno un metro di pelo sullo stomaco, gente che col pelo dello stomaco ci si faceva i dreds, le trecce, lo chignon. Eravamo abituati agli scherzetti e alle battutine, alle barzellette.

Come possiamo ora, tutto ad un tratto,  avere a che fare con una che piange? Che mostra la sua debolezza in pubblico?

E menomale dico io, le persone così sono più trasparenti, più umane. C’è ancora speranza di un mondo migliore.
Evviva le lacrime , quelle vere, se sgorgano dal cuore.

4 Novembre, giorno di alluvioni

Ieri guardavo impietrita le notizie che continuavano ad arrivare da Genova. Quei video caricati in rete dai cellulari dei testimoni che assistevano dai loro rifugi all’invasione delle acque, lo strazio delle urla di paura e di angoscia, mi attanagliavano il cuore molto più delle notizie date via via dai reporter sul posto, perché, quelli sì, davano la vera dimensione di quello che una persona prova in una circostanza simile. Angoscia, panico. Cerchi di metterti in salvo, di mettere in salvo i tuoi cari  e le cose che hanno per te un valore affettivo, qualcosa per affrontare l’emergenza, coperte, cibo. E poi aspetti. Impotente. Guardi e non puoi fare niente. Speri, ma non puoi intervenire. Sei lì, osservatore  inerme di una situazione infinitamente più grande di te, completamente al di fuori della tua portata. E aspetti, aspetti il momento in cui tutto finalmente sarà finito.

Ieri, 4 Novembre, era anche il quarantacinquesimo anniversario dell’alluvione di Firenze.
Non ho ricordi miei,  avevo solo sei mesi, ma ho i ricordi di chi ha vissuto quella tragedia. Abitavamo sul Lungarno Serristori, proprio lì dove l’Arno faceva più paura.  Eravamo fra i fortunati, abitavamo all’ultimo piano del palazzo, ed i miei genitori sapevano che l’acqua lassù non sarebbe mai potuta arrivare. A mezzanotte, dopo tre giorni di pioggia  incessante,  i torrenti nelle zone circostanti a Firenze esondarono, allagando le campagne ed i paesi della provincia. Poi,  il fiume tanto amato dai fiorentini che solitamente scorre sonnecchiando attraverso lo splendore della città,  gonfio  di pioggia e detriti, non ce la fece più, e alle 7,30 scavalcò i ponti, le spallette, e invase la città.

Avete presente quando una fitta coltre di neve cade durante la notte? La mattina, appena vi alzate, tutto il paesaggio appare allo stesso livello. Non ci sono più marciapiedi, scalini, tutto è una grande pianura. Così appariva Firenze. L’acqua aveva raggiunto oltre tre metri di altezza, e la furia della corrente che viaggiava ad una velocità di oltre quaranta chilometri orari, spazzava via con estrema facilità qualunque cosa incontrasse.

Le vittime in quel caso furono 34, circa la metà nelle campagne limitrofe, le altre in città.
Le perdite fra gli animali furono infinitamente maggiori, soprattutto nelle campagne, dove le stalle vennero spazzate via in un attimo.
Quello che più viene ricordato dai fiorentini, oltre all’acqua, è senz’altro la straordinaria  solidarietà arrivata da ogni parte del mondo. Da tutto il mondo arrivarono ragazzi di ogni levatura sociale, per dare il via ad una vera e propria  corsa contro il tempo per  recuperare in qualche modo quella infinità di tesori  conservati nei musei e nelle chiese. Si riunirono in lunghissime catene umane per salvare dalla melma i preziosi volumi della Biblioteca Nazionale, o le tele del museo degli Uffizi.  Quei ragazzi che lavorarono per mesi, incessantemente, nonostante la fatica e la stanchezza, vennero chiamati   gli “angeli del  fango”, e rimarranno per sempre nostra storia e nei nostri ricordi.

Dopo un  primo momento  in cui capisci di aver perso tutto, la casa, il lavoro, i ricordi di una vita, bisogna farsi forza, rialzare la testa e ricominciare da zero.
Facile a dirsi, veramente non so come reagirei. Forse  mi farei prendere dallo sconforto e dalla disperazione o forse riuscirei ad aggrapparmi a quello che mi resta e a risollevarmi.

I fiorentini lo fecero, e già dal giorno dopo cominciarono a ripulire e ricostruire, aiutati da un numero incredibile di volontari, ma soprattutto contando sulle loro forze e sulla loro ironia. Ancora oggi si ricordano le espressioni dell’autoironia dei fiorentini, come quella del commerciante che alla saracinesca del negozio  aveva affisso un cartello con su scritto “Chiuso per nervoso”.

Spero che, per quanto possibile, i genovesi riescano al più presto a lasciarsi alle spalle la tragedia che li ha colpiti, e che soprattutto trovino in loro stessi  la  forza di rinascere.

Di necessità, virtù


“Cos’è il genio? E’  fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione.”

Alla signora  californiana Susan Braig, 61 anni, nel 2004 fu diagnosticato un cancro al seno. Le cure erano molto costose, e la signora non disponeva di una adeguata copertura  assicurativa per le spese sanitarie.  Quando fu costretta a sborsare di tasca propria più di $500 per una cura di chemioterapia, si ritrovò a pensare che le medicine erano preziose come gemme.

Ma l’idea dei gioielli con le pillole  le venne solo tre anni dopo. A quel tempo lavorava come scrittrice per raccogliere sovvenzioni per organizzazioni artistiche e come pittrice e artista specializzata in pezzi satirici. Dovendo partecipare ad una mostra d’arte a tema medico organizzata dalla Fondazione Pasadena Newtown, immaginò una finta  pubblicità di gioielli Tiffany & Co. per la mostra.
Con l’intento di creare una pubblicità che raffigurasse diversi farmaci al posto di diamanti, rubini e smeraldi, ha finito col  costruire una vera e propria tiara da principessa tempestata dai  residui dei medicinali che usava per combattere  il suo cancro (dal quale fortunatamente era già guarita), insieme a molti altri pezzi.  Altri suoi manufatti per la mostra del  2007 erano mosaici a tema ospedaliero, opere d’arte fatte di siringhe e una grande scultura in guanti di lattice per sala operatoria.

La sorprendente risposta della gente a quelle creazioni spinse la signora Braig a creare un proprio marchio, “Designer Drug Jewelry”.

Da allora amici e parenti le forniscono materiale, regalandole pillole e medicinali scaduti o inutilizzati.
La signora Braig vende i suoi prodotti soprattutto nei mercati e nelle fiere di arti manuali, dove indossa un camice bianco da laboratorio.

Ha detto che uno dei suoi pezzi più popolari è un ciondolo che dispone di una pillola di Viagra nel mezzo.

“Le donne con senso dell’ umorismo – o con un marito di mezza età – le adorano”, ha detto Braig. “Si vendono bene, anche se ho estrema difficoltà nel reperire la materia prima.”

Oltre ad aiutare a pagare il suo debito mediche, la creazione di gioielli pillola è divertente, ha detto. “Avevo bisogno di satira e umorismo per la terapia quando stavo combattendo il cancro.”

Questa simpatica signora ci insegna che che unendo l’utile al dilettevole a volte si può uscire da situazioni difficili ma soprattutto che l’umorismo e la creatività possono davvero essere una delle migliori medicine.